Quella di Alberto Angelo Lerza, il piccolo di Pinerolo spentosi a soli otto anni nel settembre del 2024 a causa di un tumore, non è una storia di pura sofferenza, ma un racconto straordinario di fede incrollabile e di amore. Il suo passaggio sulla terra è stato quello di un’anima luminosa, capace di trasformare come un treno di luce l’esistenza dei suoi genitori, Federico ed Elisa, che pur non essendo praticanti si sono ritrovati guidati da quel figlio verso una riscoperta di Dio tanto imprevista quanto potente.

Alberto è stato un bambino speciale, profondamente sensibile, incapace di fare o dire qualcosa che non fosse gentile o premuroso. La sua risposta preferita, persino quando il padre gli chiedeva qualcosa, era sempre la stessa, semplice e disarmante, capace di far intuire la purezza del suo cuore: «Come vuoi tu, papà». Fin dai suoi primi anni aveva mostrato un’inclinazione naturale alla preghiera e una propensione spirituale fuori dal comune.

Tutto cambiò quando, ancora nel 2023, iniziò a lamentare un dolore persistente al collo che non passava. Le visite mediche portarono alla diagnosi che nessun genitore vorrebbe mai sentire, un tumore. Seguirono giorni di sconvolgimento e paura, e arrivarono il ricovero e un intervento urgente proprio il Giovedì Santo del 2023. Il giorno successivo, Venerdì Santo, si trovava in rianimazione, intubato e privo di coscienza, mentre i medici avvertivano i genitori che le speranze erano minime e che, ammesso che fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riportare gravissime menomazioni. Eppure, nella mattina di Pasqua, mentre la Chiesa celebrava la Resurrezione, Alberto aprì gli occhi. Si svegliò sereno, lucido, sorridente, come se nulla lo avesse mai sfiorato. In quel momento i genitori sperarono in un miracolo, ma la diagnosi definitiva, arrivata poco dopo, li travolse con una forza devastante. Si trattava di un glioma di quarto grado, e le speranze si annullarono, lasciando Federico ed Elisa attoniti di fronte a un destino che sembrava insopportabile.

Passarono alcuni mesi segnati da ricoveri, preghiere, paura e speranza, e fu nell’aprile 2024, durante un Venerdì Santo alla Basilica di San Maurizio, che la profondità della fede di Alberto si rivelò con una forza impossibile da ignorare. Mentre i genitori osservavano in silenzio la rappresentazione del Getsemani, il bambino si voltò verso il Crocifisso con una luce negli occhi e iniziò a parlare a qualcuno che loro non vedevano. Papà Federico, confuso e stupito, gli chiese con chi stesse parlando e il bambino, con l’innocente tranquillità che lo caratterizzava, rispose: «Con Gesù, papà». Aggiunge poi parole che il padre non avrebbe mai dimenticato, e che avrebbero assunto un peso profetico nei giorni successivi, dicendo: «Ricordati, papà, quando tutti ti diranno che è impossibile, allora sarà possibile».

Quel messaggio parve misterioso fino al momento in cui, solo pochi giorni dopo, Alberto venne colpito da un idrocefalo acuto e ricoverato d’urgenza. I medici dissero ai genitori che al bambino restavano forse quarantotto ore di vita. Federico, disperato, pregava senza pace, e una sera, spezzato dal dolore, mormorò: «Nessuno ascolta le mie preghiere. Sembra che il cielo non si preoccupi di noi». Alberto, nonostante la sofferenza, si voltò verso di lui e con sorprendente severità rispose: «Papà, non dire cavolate. Certo che ti ascoltano». Il bambino rimase vigile, incredibilmente sereno, e quando il padre piangeva, gli disse con una saggezza che non appartiene ai bambini: «Papà, è la mia strada, non la tua». Contro ogni previsione, nei giorni successivi le sue condizioni si stabilizzarono e fu dimesso, lasciando i medici stupiti e i genitori sospesi tra il dolore e la speranza.

Qualche tempo dopo, durante una Messa, Alberto dimostrò ancora la sua straordinaria sensibilità spirituale. Osservava una famiglia mentre il loro bambino riceveva il Battesimo, e si rese conto dell’atteggiamento superficiale dei genitori. Guardò suo padre e con un tono inusualmente critico disse: «Sono qui solo per forma, non hanno fede. A loro non importa nulla di Gesù. Dovrebbero vergognarsi». Pochi istanti dopo, quella percezione fu confermata quando Federico udì la madre del bambino lamentarsi al telefono dicendo: «Che noia, abbiamo dovuto sorbirci tutta la Messa. Meno male che è finita».

Con il passare dei mesi la malattia iniziò a manifestare tutto il suo peso, fino a privare Alberto dei movimenti e a condurlo alla paralisi completa. In quel periodo, quando il suo corpo cominciava a non rispondere più, accadde qualcosa che i genitori non avrebbero mai dimenticato. Alberto, fissando un punto sopra di sé come se vedesse una presenza invisibile, disse con voce limpida e serena: «Papà, ho visto Gesù. Mi ha detto che tornerò a star bene, ma tu non devi preoccuparti. Ha detto che devi stare tranquillo». Poi aggiunse, mentre la malattia avanzava: «Papà, tu e mamma dovete pensare a voi due. Io ho Gesù». Quell’abbandono totale, quella fiducia senza riserve, accompagnarono il suo cammino fino alla fine.

Nonostante l’immobilità, Alberto rimase un raggio di luce per chiunque lo incontrasse. Salutava tutti dicendo: «Io sto bene, e tu?», e arrivò persino a organizzare un piccolo spettacolo musicale di Ferragosto per portare gioia ai bambini del reparto terminale. Poi, verso la fine, accadde qualcosa che la famiglia non dimenticherà mai. Il confine tra cielo e terra per lui sembrò dissolversi. Un giorno entrò improvvisamente in coma per circa un’ora. Al risveglio, con una serenità inspiegabile, disse: «Papà, sono stato da Gesù. Mi ha detto di tornare indietro». Poi aggiunse che ciò sarebbe accaduto altre quattro volte, rassicurando: «Succederà altre volte, papà, ma tornerò. Ogni tanto devo andare. Stai tranquillo».

Per Alberto, la morte non era una fine, ma un passaggio verso un luogo reale e meraviglioso, che raccontava con gli occhi pieni di gioia. Diceva: «È un posto dove tutti ballano, ridono e fanno quello che vogliono. È un posto di nuvole, musica, uccellini e fiumi». Era come se l’avesse già visto, come se lo stesse già vivendo a metà.

Il giorno in cui lasciò questo mondo, vedendo il padre sopraffatto dal dolore, Alberto gli rivolse l’ultimo invito alla pace, non come figlio ma come guida. Gli disse: «Papà, siediti, calmati e conta fino a 10». Federico obbedì, trattenendo il fiato mentre contava, e quando arrivò alla fine, ascoltò le ultime parole del figlio: «Lasciami andare». In quel momento Alberto andò incontro alla Casa del Padre, libero da ogni sofferenza terrena.

. Alberto ha lasciato un’eredità profonda, una conversione viva e una pace che continua ad abitare nel cuore di chi lo ha conosciuto, e riposa ora nella Cappella dei Frati Cappuccini nel Cimitero di Pinerolo, come un piccolo santo la cui luce continua a brillare.

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