
“Sono qui per coloro che infrangono i loro voti matrimoniali, e per coloro che non vogliono vedere l’opera di Dio andare avanti” disse Peter To Rot poco prima di morire, con la serenità di chi sa che la propria vita è ormai offerta per qualcosa di più grande. Queste parole, udite da un capo villaggio che lo vide per l’ultima volta in prigione, racchiudono il senso profondo della sua testimonianza, un laico, marito e padre, che difese con caparbietà la fede e la santità del matrimonio cristiano anche di fronte alla violenza di un regime militare.
Nato nel 1912 a Rakunai, sull’isola di New Britain, da Angelo To Puia, capo tribù convertito al cristianesimo, e da Maria Ia Tumul, Peter fu il terzo di sei figli. I genitori, tra i primi battezzati dopo l’arrivo dei missionari nel 1882, avevano trasmesso ai figli la fede come un dono prezioso. Fin da giovane Peter mostrò una maturità insolita e una profonda vocazione al servizio e a diciotto anni entrò nella scuola per catechisti e, nel 1933, fu inviato a Rakunai per guidare la comunità. Il suo ministero era fatto di presenza e dedizione. Visitava i malati, preparava le coppie al matrimonio, seppelliva i morti e portava la Santa Comunione ai villaggi più lontani, spesso camminando per ore sotto la pioggia o tra le foreste.
Nel 1936 sposò Paula Ia Varpit e insieme ebbero tre figli. La sua famiglia era per lui la prima scuola di fede, il segno tangibile di come il matrimonio potesse essere santificato dalla fedeltà e dall’amore. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Papua Nuova Guinea divenne teatro di combattimenti tra le forze alleate e l’Impero Giapponese, che occupò gran parte dell’arcipelago nel tentativo di rafforzare la propria presenza strategica nel Pacifico e controllare le rotte marittime. I giapponesi internarono i missionari stranieri, privando le comunità cristiane locali dei loro pastori, e imposero restrizioni religiose per consolidare il loro dominio militare e culturale, cercando di ottenere l’appoggio dei capi villaggio e di indebolire l’influenza della Chiesa.
In questo contesto, Peter To Rot divenne il punto di riferimento spirituale della comunità. La sua voce, ferma e dolce, continuava a proclamare la Parola di Dio anche quando ogni pratica religiosa era vietata. Nel 1944, quando gli occupanti giapponesi, ormai vicini alla sconfitta, legalizzarono la poligamia per guadagnarsi l’appoggio dei capi villaggio locali, Peter comprese che quella decisione non era soltanto una concessione politica, ma un attacco diretto alla fede cristiana. La poligamia venne promossa come strumento di controllo, utile a indebolire l’influenza della Chiesa e a favorire il ritorno alle tradizioni precristiane. In tal modo, le autorità cercavano di dissolvere l’unità morale della popolazione, sostituendo all’ideale cristiano della fedeltà coniugale una visione più funzionale al dominio militare e culturale.
Peter To Rot non ebbe esitazioni e denunciò pubblicamente la poligamia come “una pratica pagana inaccettabile per i cristiani”, insegnando che “l’unione matrimoniale, per sua stessa natura, richiede l’indissolubilità del vincolo e l’unità dei coniugi per tutta la vita”. Continuò a preparare le coppie al matrimonio, a proclamare le verità della fede e a custodire l’Eucaristia, rischiando ogni giorno la propria vita. Nonostante le richieste di chi, intimorito, lo esortava a fermarsi, egli perseverava nel suo ministero, e quando persino la moglie gli chiese di sospendere il lavoro pastorale rispose con parole che divennero il suo testamento spirituale: “Non impedirmi di fare il mio lavoro. È l’opera di Dio.”
Più volte arrestato e interrogato, To Rot non ritrattò mai la sua posizione e in carcere conservò una calma serena, consapevole del destino che lo attendeva. Disse ai familiari che andarono a trovarlo: “I poliziotti mi hanno detto che stanno aspettando un medico giapponese che deve venire a darmi una medicina. Ma penso che sia una bugia, perché non sono malato. Non so cosa significhi.” Ai suoi fedeli confidò: “Hanno portato via i nostri sacerdoti, ma non possono impedirci di essere cattolici e di vivere e morire da cattolici. Io sono il vostro catechista e farò il mio dovere, anche se mi costerà la vita.”
Il 7 luglio 1945 fu ucciso in prigione, probabilmente con un’iniezione letale. La sua morte divenne subito segno di speranza per la comunità di Rakunai, che lo considerò un martire della fede e della fedeltà coniugale. La Chiesa ne riconobbe ufficialmente il martirio “in odio alla fede” e Giovanni Paolo II lo beatificò nel 1995 a Port Moresby e Peter To Rot è stato canonizzato santo domenica 19 ottobre 2025 da Leone XIV, diventando il primo santo nativo della Papua Nuova Guinea.
La figura di Peter To Rot parla con forza al nostro tempo, in cui la fedeltà e la promessa matrimoniale sembrano spesso fragili e incerte. Egli non difese il matrimonio come un’idea astratta, ma come un dono di Dio, come il segno dell’amore fedele tra Cristo e la Chiesa. In un’epoca di paura e compromessi, scelse di essere coerente fino alla fine, mostrando che la santità può fiorire nella vita quotidiana, nel lavoro, nella famiglia, nella dedizione silenziosa e tenace. Morì da catechista, marito e padre, ma soprattutto da uomo libero, fedele alla verità e quella verità continua ancora oggi a illuminare le famiglie e le comunità che credono nell’amore unico e indissolubile che nasce dal Vangelo.