Nata nel 1174 nel castello bavarese di Andechs, in Germania, Sant’Edvige apparteneva a una delle famiglie più nobili del tempo. Era sorella di Gertrude, madre di Santa Elisabetta d’Ungheria, e di Ekbert, vescovo di Bamberg, una famiglia dunque profondamente intrecciata con la vita religiosa e politica dell’Europa medievale.

Fin da bambina mostrò un cuore sensibile e una straordinaria inclinazione alla preghiera, fu educata presso il monastero benedettino di Kitzingen, dove apprese la lettura delle Scritture, la disciplina della vita monastica e una profonda devozione alla Madonna. Quella formazione lasciò un’impronta indelebile nella sua anima.

Secondo i costumi dell’epoca, a soli dodici anni fu data in sposa al diciottenne Enrico I il Barbuto, duca di Slesia e di Polonia. Da questo matrimonio nacquero sette figli, tra cui Enrico II il Pio, che sarebbe poi morto in battaglia contro i Tartari. Nonostante le responsabilità di corte e familiari, Edvige trovava sempre tempo per la preghiera, la lettura della Parola di Dio e le opere di misericordia e le cronache raccontano che spesso si alzava di notte per pregare, camminando scalza nei corridoi del castello, e che nonostante la sua nobiltà amava servire personalmente i poveri che bussavano alle porte della residenza ducale.

La sua vita, così piena di eventi e di ruoli, sposa, madre, duchessa, benefattrice, si trasformò progressivamente in un cammino di totale offerta a Dio.


La scelta del voto di castità con il marito

Dopo anni di matrimonio, Edvige sentì crescere nel cuore il desiderio di una più profonda unione con Cristo. Accanto a lei, Enrico, uomo di fede sincera, condivise questo slancio spirituale e insieme, davanti al vescovo di Breslavia, pronunciarono un voto solenne di castità, una decisione coraggiosa e rara per l’epoca, che trasformò la loro unione coniugale in una forma di consacrazione condivisa.

Da quel momento, la coppia visse come fratello e sorella nella fede, dedicandosi alla preghiera, alla cura dei figli e all’assistenza dei poveri.


Povertà volontaria nel cuore della ricchezza

Edvige e Enrico possedevano enormi ricchezze e vasti territori, ma decisero di usarli come strumenti di carità fondando monasteri, ospedali e rifugi per i più deboli, tra questi, l’Ospedale della Santa Croce a Breslavia e il lebbrosario di Neumarkt.

Edvige non si limitava a finanziare le opere, le visitava personalmente, lavava i piedi dei malati, distribuiva il pane ai poveri e portava conforto ai morenti; indossava abiti semplici e spesso rinunciava ai propri pasti per condividerli con chi non aveva di che nutrirsi.


L’attenzione per gli indebitati e i prigionieri

Un aspetto singolare della carità di Santa Edvige fu la sua attenzione per gli indebitati. Nell’Europa medievale, chi non riusciva a pagare i propri debiti poteva essere imprigionato, separato dalla famiglia e perdere ogni mezzo di sussistenza.

Edvige si recava personalmente nelle carceri, pagava i debiti di coloro che non potevano farlo e poi si impegnava a trovare per loro un lavoro onesto. Non si limitava, dunque, alla compassione immediata ma offriva una seconda possibilità, un nuovo inizio.


Il dono della profezia e i miracoli

Negli ultimi anni della sua vita, Edvige fu arricchita da grazie mistiche straordinarie. Le cronache cistercensi raccontano che ebbe il dono della profezia e della conoscenza interiore, predisse la morte del figlio Enrico II nella battaglia di Legnica, e consolò le monache e i parenti con parole di pace e fiducia nella volontà di Dio.

Attraverso la sua intercessione avvennero numerose guarigioni, ciechi che riacquistavano la vista, malati che si alzavano dal letto, anime afflitte che trovavano consolazione ma il suo miracolo più grande fu forse la serenità con cui accoglieva ogni sofferenza, riconoscendo in tutto la mano amorosa del Signore.

Profondamente devota alla Vergine Maria, portava sempre con sé una piccola immagine della Madonna. Quando morì, il 15 ottobre 1243, le monache tentarono di toglierle quell’immagine dalle mani, ma non vi riuscirono. Anni dopo, quando il corpo fu riesumato, le dita che stringevano l’immagine erano ancora incorrotte, segno della sua fede incrollabile.


Vedova e monaca, la pace del cuore donato a Dio

Dopo la morte del marito, Edvige si ritirò nel monastero di Trebnitz, che aveva fondato con lui. Pur indossando l’abito religioso, non prese mai i voti solenni, per poter continuare ad assistere il mondo esterno, visse però come una vera monaca in povertà, preghiera e servizio.

La duchessa divenne madre spirituale per le giovani monache, consigliera per i bisognosi e interceditrice per il suo popolo. Quando morì, fu pianta da tutti, ricchi e poveri, monaci e contadini.

Nel 1267 Papa Clemente IV la proclamò santa, riconoscendo in lei una donna che aveva incarnato il Vangelo in ogni stato di vita.

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