Ogni epoca conosce la fragilità umana. L’alcol, la droga, la dipendenza dalle proprie abitudini sbagliate possono diventare catene che soffocano il cuore. Eppure la misericordia di Dio riesce sempre a entrare negli spazi più bui, a riaccendere la speranza, a ricostruire ciò che sembrava perduto.

Le vite di San Marco Ji Tianxiang e il venerabile Matt Talbot raccontano due percorsi di caduta e redenzione, due strade segnate dal dolore ma anche dalla forza di chi ha scelto di non arrendersi. Le loro storie parlano al cuore di chi lotta ogni giorno per ritrovare la libertà dalla schiavitù del vizio.

Marco Ji Tianxiang, dalla dipendenza dall’oppio al martirio per la fede

Nel villaggio di Yazhuangtou, nella provincia dello Hebei, viveva un uomo stimato e buono. Marco Ji Tianxiang era un medico competente, sposato e padre di famiglia. Curava i malati con la medicina tradizionale e offriva assistenza gratuita ai poveri e per la sua generosità era amato da tutti tanto che la sua comunità cristiana gli aveva affidato la gestione dei beni comuni.

Intorno ai quarant’anni una malattia allo stomaco lo costrinse a cercare sollievo nell’oppio, che allora veniva usato come rimedio medico. Ciò che nacque come necessità divenne una schiavitù dalla quale Marco provò per vent’anni a disintossicarsi, ma senza riuscirci. All’inizio il sacerdote lo assolveva, poi, vedendo le continue ricadute, gli negò la comunione.

Quell’esclusione lo ferì profondamente ma nonostante il dolore e la vergogna, Marco continuò a partecipare alla Messa, a curare i malati e a mantenere viva la sua fede. Cominciò a pensare che solo il martirio avrebbe potuto restituirgli la purezza che cercava.

Nel 1900 la rivolta dei Boxer (movimento anti-straniero e anti-cristiano in Cina tra il 1899 e il 1901), raggiunse anche il suo villaggio e Marco, insieme ai suoi familiari, in tutto tredici persone, trovò rifugio nel piccolo cimitero del villaggio, sperando di sfuggire alla furia della rivolta ma qualcuno li tradì, e presto furono catturati. Molti tra coloro che in passato avevano ricevuto le sue cure e la sua bontà lo implorarono di rinnegare la fede per salvare la vita propria e quella dei suoi cari. Sarebbe bastato un gesto, una parola, per ottenere la grazia.

Marco non cedette, tenendo stretti al petto gli scapolari e le medaglie che portava con sé, rifiutò di consegnarli. Con voce ferma proclamò la propria fede e, mentre i soldati lo conducevano al luogo dell’esecuzione, iniziò a recitare le litanie della Madonna.

Durante quel cammino di dolore, suo nipotino Francesco, un bambino di otto anni, gli domandò con innocenza dove stessero andando, Marco gli sorrise e rispose che stavano tornando a casa. Giunti al luogo del martirio, guardò i suoi familiari e disse loro di non avere paura, perché il paradiso era ormai vicino.

Poi fece un’ultima richiesta: essere decapitato per ultimo, così da poter sostenere con il suo esempio chi tra i suoi poteva vacillare. Morì a sessantuno anni, il 7 luglio 1900, offrendo la vita come riscatto di un’esistenza segnata dal dolore, ma redenta dall’amore di Cristo.

Il suo sacrificio fu riconosciuto dalla Chiesa nel 1955 e la canonizzazione arrivò nel 2000. Nella figura di Marco Ji Tianxiang la debolezza non è una vergogna ma un luogo in cui Dio scrive la propria vittoria.

Matt Talbot, l’operaio irlandese e il voto per sconfiggere l’alcolismo

A Dublino, in una famiglia povera con dodici figli, nacque Matt Talbot. Suo padre lavorava alla dogana e guadagnava appena abbastanza per sopravvivere e i suoi figli dovettero presto cercare un impiego e Matt, a soli quattordici anni, cominciò a lavorare in una fabbrica di birra. Lì scoprì il gusto dell’alcol e, quasi senza accorgersene, ne divenne dipendente.

Il padre tentò invano di correggerlo e Matt cambiò lavoro diventando scaricatore di porto, ma il contatto quotidiano con botti e casse di whisky aggravò il problema e passava le giornate tra taverne e osterie, spendendo ogni guadagno e arrivando perfino a impegnare i vestiti pur di bere.

All’età di ventotto anni, un sabato del 1884, qualcosa si spezzò. Senza denaro e umiliato, sostava davanti a un’osteria sperando che qualcuno gli offrisse un bicchiere ma nessuno si avvicinò. Quella sera tornò a casa sobrio e annunciò alla madre che non avrebbe più toccato alcol e lei, donna di fede profonda, lo incoraggiò a liberarsi finalmente.

Matt mantenne la promessa, si confessò e il sacerdote gli suggerì un voto temporaneo di tre mesi. Le prime settimane furono una lotta terribile, ma la preghiera e la Messa quotidiana divennero la sua forza. Trascorreva ore in chiesa dopo il lavoro, spesso in ginocchio, cercando nella presenza di Cristo l’unico sollievo possibile.

Quando il primo voto terminò, lo rinnovò per altri sei mesi e poi per sempre e la sua fede crebbe, sostenuta dalla devozione alla Madonna. Si consacrò a lei e scelse una vita semplice e penitente diventando un operaio stimato, un uomo di pace, un credente autentico.

Il 7 giugno 1925 morì mentre si recava alla seconda Messa della domenica. Nessuno lo riconobbe subito, perché viveva in povertà e non portava con sé documenti ma presto la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi di persone che cercavano di liberarsi dal vizio dell’alcol e da ogni altra dipendenza.

Nel 1975 la Chiesa riconobbe la sua eroicità e lo dichiarò venerabile. Ancora oggi la sua figura ispira comunità di recupero e centri di spiritualità in tutto il mondo.

La speranza che non delude

Marco Ji Tianxiang e Matt Talbot vissero in terre lontane e in tempi diversi, ma il filo della loro storia è lo stesso. Entrambi conobbero la vergogna della dipendenza, la solitudine di chi cade e non riesce più a rialzarsi, e la forza della grazia che trasforma la sconfitta in vittoria.

La loro santità non nacque da un’improvvisa perfezione, ma da un cammino di fiducia, da un cuore che non smise mai di credere. Le loro vite ci ricordano che non esistono situazioni senza via d’uscita e che anche nelle ferite più profonde può germogliare la luce di Dio.

Chi oggi combatte contro una dipendenza può guardare a loro e trovare conforto perché la misericordia non si misura con i risultati ma con la perseveranza e ogni ricaduta può diventare un passo verso la redenzione se consegnata all’amore di Dio.

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